Intervista a Riccardo Iacona, autore del libro “Se questi sono gli uomini. La strage delle donne” edito da Tascabili Chiarelettere di Cristiano Sanna

 Intervista a Riccardo Iacona, autore del libro “Se questi sono gli uomini. La strage

delle donne” edito da Tascabili Chiarelettere

di Cristiano Sanna

Centotrentasette l'anno. Una ogni due giorni. Con un'autentica impennata del numero totale dal 2007

ad oggi, a guardare il rapporto Istat. L'Italia del femminicidio è quella ricostruita, regione per regione,

viaggio dopo viaggio, da Riccardo Iacona nel suo libro‐inchiesta. L'approccio di Iacona è lo stesso del suo

fortunato e apprezzato programma Presadiretta: muoversi per l'Italia fino a dove sono accaduti i fatti,

andare a verificarli e ad approfondirli di persona, sentendo tutte le persone coinvolte. Scrivevamo: 137

donne uccise da mariti, compagni e conviventi nel 2011, quest'anno siamo già a quota 100. Iacona

ricostruisce le vicende di Rosa Trovato, Vanessa Scialfa, Enza Anicito e le altre. Parte da quelle storie per

scavare nell'humus avvelenato che fertilizza il ripetersi delle violenze, spesso mortali, degli uomini

contro le donne. Tra luoghi comuni, sguardi di finta pietà, indifferenza e una prima corrente di

indignazione che finalmente percorre il Paese.

Riccardo, la sua inchiesta parte da Enna e termina a Milano. A proposito di luoghi comuni: è vero che

in Italia si ammazzano donne per gelosia e possessività più spesso al Sud?

"E' del tutto falso. Si ammazza più spesso al Centro‐Nord, questo è anche un puro dato statistico poiché

in quelle parti d'Italia risiede la maggior parte della popolazione. Ma bisogna tener conto che sia il

numero di omicidi che quello delle denunce per stalking conferma la maggiore incidenza di delitti contro

donne nelle regioni centro‐settentrionali del Paese. L'altra faccia della medaglia è il fatto che si uccidono

le donne laddove queste riescono ad emanciparsi, ad affermarsi anche nel lavoro. I delitti arrivano

subito dopo il momento dell'affermazione, mal sopportato. Oppure dopo un gesto di ribellione rispetto

alla mentalità maschilista, come proclamare l'intenzione di separarsi dopo anni di maltrattamenti, o a

seguito di una denuncia presentata alle forze dell'ordine".

Altro luogo comune vuole i Paesi del Sud del mondo, tra cui il nostro, particolarmente avvezzi alla

violenza contro le donne.

"Diamo una mazzata anche a questo stereotipo. In Spagna l'anno scorso sono state uccise 63 donne, da

noi più del doppio, dunque lo stereotipo del machismo latino va messo decisamente da parte. Il fatto è

che il processo di emancipazione della donna è difficile ovunque nel mondo, poi certamente esistono

società più o meno chiuse. E' proprio una guerra tra l'aspirazione delle donne ad avere una sempre più

ampia libertà di scelta e la resistenza degli uomini. I dati a disposizione ci dicono che oltre un terzo della

popolazione femminile italiana, quasi sette milioni di persone, ha subito violenza".

Sui vari media si continuano ad usare titoli come "dramma della gelosia" e "omicidio passionale". Non

sarebbe ora di smetterla?

"Direi proprio di sì. Ma devo dire aggiungere che, man mano che si delinea questa emergenza nazionale,

anche giornali e tv cominciano a porsi il problema. Qui l'amore non c'entra niente, il pregresso rispetto

agli omicidi racconta la negazione dell'amore e l'uomo che, dopo averla angariata in mille modi, uccide

la donna che gli si è ribellata".

Proviamo ad andare oltre la tipica frase: "L'ha sposato e adesso se lo tiene". Cosa possono fare le

famiglie che vengono a conoscenza dei fatti di violenza domestica?

"Devono portare quei fatti a conoscenza dei centri d'ascolto, dell'assistenza sociale e delle forze

dell'ordine. Riguardo alle storie che racconto nel libro, è emblematica quella di Enza Anicito, assassinata

in Sicilia a 43 anni. Quando decise di lasciare l'uomo con cui non stava più bene, dopo mesi di sms

pietosi di lui che era arrivato a minacciare di uccidersi per la disperazione, ecco il ripetersi del solito

copione. L'ultimo incontro per rendersi anelli e fotografie, finito con l'omicidio di fronte agli occhi della

figlia della Anicito. Delitti che parlano a noi uomini: perché hanno poco o niente a che vedere con il

raptus e sono premeditati. Da noi intervistata, la figlia della povera Enza si struggeva perché nessuno

della famiglia, che sapeva da tempo, era intervenuto per evitare il peggio".

L'introduzione del reato di stalking nel nostro Paese è stata un bel passo avanti, ma alle denunce

segue raramente la punizione del persecutore. Perché?

"Per via delle solite lungaggini della giustizia italiana, anche se va detto che sempre più Procure hanno

uffici specializzati nel trattamento di questi casi. Da lì al processo, però, ce ne vuole. Se si pensa che in

Italia, tranne che nel caso di omicidio, si va in prescrizione dopo sette anni e mezzo, ecco trovato il

cortocircuito. Lo Stato non riesce a proteggere le donne minacciate e manda a processo gli uomini che

hanno già compiuto l'assassinio".

C'è chi sostiene che disoccupazione e crisi economica fanno da miccia per la violenza. E' una scusante?

"Lo spread e la perdita del lavoro non hanno niente a che vedere con il femminicidio. In quel caso la

mente di una persona dovrebbe essere completamente assorbita dalle disgrazie che sta subendo, invece

esistono casi di violenza omicida sulle donne documentati anche all'indomani del sisma che ha

devastato l'Emilia, proprio tra le case diroccate e la gente costretta a dormire in macchina".

Molto interessante la parte del libro dedicata alle case rifugio per le donne vittime di maltrattamenti.

A che punto stiamo in Italia?

"A metà strada, con un numero di strutture superiori a certi Paesi del Nord Europa, giusto per fare un

raffronto. Ma mancano risorse certe e continue per attrezzare questi luoghi di rifugio e far lavorare a

pieno ritmo i centri antiviolenza che possono evitare il peggio. Quando hai vissuto per dieci o vent'anni

come in una prigione, non sei più nessuno. Perdi la voglia anche solo di uscire a fare la spesa, figuriamoci

trovare quella di denunciare il tuo persecutore".

Un caso come quello di Luca Lorenzini, che compilava le liste delle sue "prede", godendo nel

perseguitarle fino ad arrivare all'omicidio, potrebbe moltiplicarsi nell'era delle amicizie romantiche

che nascono sui social network?

"Ma no, chi sostiene questa tesi cade in una inutile demonizzazione di quel mezzo. Bisognerebbe

piuttosto lavorare a fondo sull'educazione sessuale e rendere il confronto emotivo materia di studio a

scuola. I giovani devono essere aiutati a capire quando un rapporto sentimentale sta sconfinando nel

patologico. La ragazza uccisa da Lorenzini per cinque anni è stata sua schiava, senza che nessuno

intervenisse né che lei, diventata anoressica, con una carriera scolastica compromessa, trovasse la forza

di dire tutto ad amici e genitori. L'unico suo confidente era il diario, trovato quando aveva già perso la

vita".

11 ottobre 2012

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